Pearl MCX, MCA, MHP, Lim. Edition, Artisan... confusione?
Essendo un sostenitore “dichiarato” del marchio nipponico, mi sono trovato più volte a leggere di animatissime discussioni sulla qualità di alcuni modelli prodotti negli ultimi anni sotto le rigide imposizioni del marketing, che hanno generato più confusione che soddisfazione tra i batteristi più o meno simpatizzanti del marchio in questione.
Nulla di più sbagliato, ovviamente; ma in questo senso da parte della Pearl c’è qualche carenza informativa (anche più di “qualche”) e la “colpa”, se vogliamo chiamarla così, è tutta loro.
Partendo dalle gloriose MMX prodotte fino al 2005 (quindi le batterie della seconda serie, quella in cui la Pearl sviluppò gli Optimount®; sulle prime c’erano soltanto gli “I.S.S.®” montati su tripla flangia), in casa Pearl c’è (quasi) sempre stata una produzione parallela che prevedesse fusti tradizionali con spessore di 7,5 (MRX e BRX, rispettivamente Acero e Betulla), poichè questa tipologia di tamburo è quella che realmente appartiene alla storia Pearl, mentre i fusti sottili non sono altro che una reinterpretazione dei Keller e di altre produzioni non propriamente orientali.
Man mano che passavano gli anni, sempre per ragioni di marketing e non di mercato reale, i modelli con fusto tradizionale hanno cominciato ad avere una moltiplicazione di nomi e sigle, una suddivisione poi tra mercato Europeo e Statunitense (e attualmente anche Brasiliano, come terza incognita), senza fornire all’utente finale (il povero batterista) spiegazioni valide sulle differenti caratteristiche e, più importante, sul prezzo.
Così ci si è trovati di fronte a batterie che fino a qualche mese prima uscivano con un nome, una sigla (MRX) e soprattutto un prezzo (medio-alto) che poi, magari dopo un NAMM o un Musicmesse di Francoforte, venivano presentate con un altro nome, magari meno finiture disponibili ma, sostanzialmente, con GLI STESSI fusti e LE STESSE meccaniche (quindi fusti da 7,5 in acero selezionato, cerchi Mastercast® e sostegni Optimount®, con meccaniche Master Custom) ad un prezzo molto più aggressivo, tanto da far pensare al batterista di turno -che magari non è un esperto conoscitore Pearl- che quelle batterie fossero di fascia semi-pro…
In realtà si tratta davvero delle stesse Master Custom che fino a qualche anno fa erano vendute come MRX, ma prodotte con un sistema diverso che permette, riducendo al minimo le finiture disponibili e vendendo in pack pre-configurati, di avere un prezzo particolarmente basso rispetto al reale valore dello strumento (nel prezzo dei nostri amati kit spesso la finitura e la lavorazione differenziata influiscono sul prezzo finale molto più di quanto si pensi).
Poi hanno iniziato con la storia delle Limited Edition, che in qualche caso sforna prodotti di altissimo livello (mi vien da pensare alle MHP in mogano africano) e in altri casi prodotti decisamente economici (rullanti e rullantini ad 8 tiranti con finiture a dir poco “osè”).
In realtà alcune di queste batterie (come ad esempio le artisan) sono dei veri e propri gioielli, prodotti col sistema SST dei fusti e con acero puro 100%, hanno 6 strati per uno spessore di 7,5 mm (attenzione: le altre batterie di casa Pearl attualmente hanno sì 6 strati, ma “solo” 5mm di spessore, il che vuol dire legni più sottili e molta più colla), ed hanno un’impiallacciatura esterna (quindi come un 7° strato) in bubinga, a differenza per esempio delle “mapa burl” che sono realizzate con un laser che “disegna” l’ultimo strato del legno…
Per cui si tratta di batterie che passano realmente per le mani degli artigiani (probabilmente gli stessi che lavorano alle Masterworks) e per il prezzo che hanno (circa 1800 complete di rullante) sono da considerare degli affaroni dal punto di vista della resa acustica (suono eccellente) e della finitura mozzafiato, che quasi dispiace a suonarle per quanto son belle.
Detto questo, però, ci si augura che da mamma Pearl arrivi, nelle prossime occasioni, qualche informazione in più e qualche dettaglio utile a chi, come me o tanti altri, deve scegliere sulla base delle caratteristiche prima ancora di partire e andare a provare di persona (quando è possibile) lo strumento da acquistare.
Perchè va bene il marketing, va bene il manipolo di endorser, van bene le clinic e le dimostrazioni teatrali, ma poi quello che più conta – e che più ci interessa – è sapere cosa realmente si sta acquistando.
Fab
Nulla di più sbagliato, ovviamente; ma in questo senso da parte della Pearl c’è qualche carenza informativa (anche più di “qualche”) e la “colpa”, se vogliamo chiamarla così, è tutta loro.
Partendo dalle gloriose MMX prodotte fino al 2005 (quindi le batterie della seconda serie, quella in cui la Pearl sviluppò gli Optimount®; sulle prime c’erano soltanto gli “I.S.S.®” montati su tripla flangia), in casa Pearl c’è (quasi) sempre stata una produzione parallela che prevedesse fusti tradizionali con spessore di 7,5 (MRX e BRX, rispettivamente Acero e Betulla), poichè questa tipologia di tamburo è quella che realmente appartiene alla storia Pearl, mentre i fusti sottili non sono altro che una reinterpretazione dei Keller e di altre produzioni non propriamente orientali.
Man mano che passavano gli anni, sempre per ragioni di marketing e non di mercato reale, i modelli con fusto tradizionale hanno cominciato ad avere una moltiplicazione di nomi e sigle, una suddivisione poi tra mercato Europeo e Statunitense (e attualmente anche Brasiliano, come terza incognita), senza fornire all’utente finale (il povero batterista) spiegazioni valide sulle differenti caratteristiche e, più importante, sul prezzo.
Così ci si è trovati di fronte a batterie che fino a qualche mese prima uscivano con un nome, una sigla (MRX) e soprattutto un prezzo (medio-alto) che poi, magari dopo un NAMM o un Musicmesse di Francoforte, venivano presentate con un altro nome, magari meno finiture disponibili ma, sostanzialmente, con GLI STESSI fusti e LE STESSE meccaniche (quindi fusti da 7,5 in acero selezionato, cerchi Mastercast® e sostegni Optimount®, con meccaniche Master Custom) ad un prezzo molto più aggressivo, tanto da far pensare al batterista di turno -che magari non è un esperto conoscitore Pearl- che quelle batterie fossero di fascia semi-pro…
In realtà si tratta davvero delle stesse Master Custom che fino a qualche anno fa erano vendute come MRX, ma prodotte con un sistema diverso che permette, riducendo al minimo le finiture disponibili e vendendo in pack pre-configurati, di avere un prezzo particolarmente basso rispetto al reale valore dello strumento (nel prezzo dei nostri amati kit spesso la finitura e la lavorazione differenziata influiscono sul prezzo finale molto più di quanto si pensi).
Poi hanno iniziato con la storia delle Limited Edition, che in qualche caso sforna prodotti di altissimo livello (mi vien da pensare alle MHP in mogano africano) e in altri casi prodotti decisamente economici (rullanti e rullantini ad 8 tiranti con finiture a dir poco “osè”).
In realtà alcune di queste batterie (come ad esempio le artisan) sono dei veri e propri gioielli, prodotti col sistema SST dei fusti e con acero puro 100%, hanno 6 strati per uno spessore di 7,5 mm (attenzione: le altre batterie di casa Pearl attualmente hanno sì 6 strati, ma “solo” 5mm di spessore, il che vuol dire legni più sottili e molta più colla), ed hanno un’impiallacciatura esterna (quindi come un 7° strato) in bubinga, a differenza per esempio delle “mapa burl” che sono realizzate con un laser che “disegna” l’ultimo strato del legno…
Per cui si tratta di batterie che passano realmente per le mani degli artigiani (probabilmente gli stessi che lavorano alle Masterworks) e per il prezzo che hanno (circa 1800 complete di rullante) sono da considerare degli affaroni dal punto di vista della resa acustica (suono eccellente) e della finitura mozzafiato, che quasi dispiace a suonarle per quanto son belle.
Detto questo, però, ci si augura che da mamma Pearl arrivi, nelle prossime occasioni, qualche informazione in più e qualche dettaglio utile a chi, come me o tanti altri, deve scegliere sulla base delle caratteristiche prima ancora di partire e andare a provare di persona (quando è possibile) lo strumento da acquistare.
Perchè va bene il marketing, va bene il manipolo di endorser, van bene le clinic e le dimostrazioni teatrali, ma poi quello che più conta – e che più ci interessa – è sapere cosa realmente si sta acquistando.
Fab


