Legatho ha scritto:...Discorso un po' diverso per i neri e forse i giamaicani (correggimi Stephen Daedalus se sbaglio), che in teoria parlano delle varianti dialettali dell'inglese ormai considerate lingue a sé stanti, ma che comunque gli anglofoni "normali" capiscono...
La questione giamaicana è assai spinell... uh, spinosa
Sarà pure un paese piccolo ma pullula di pidgin e creoli che a molti anglofoni peraltro colti risultano spesso e volentieri incomprensibili. Si tratta del resto di fenomeni linguistici che a lingue europee (solitamente inglese, francese, portoghese e spagnolo) mescolano lingue africane e/o lingue amerinde. Hai voglia...
Avrei qualcosa da ridire riguardo alla questione del testo italiano che risulterebbe sempre più lungo di quello inglese. Gli italiani, concedetemelo, hanno il vizio di infarcire la loro prosa/poesia/eccetera di aggettivi, avverbi e compagnia brutta che a nulla servirebbero se si scegliessero con maggior cura le altre parole e si costruissero e collegassero con maggior cognizione di causa i vari livelli contestuali. Non parliamo poi della ricerca a tutti i costi del sinonimo (sappiamo bene che sinonimi veri e propri non esistono) o della parola "colta", tutto in nome del "bello stile" - lo stesso "bello stile" da cui però i grandi della letteratura, Kundera in primis, per qualche (sacrosanto?) motivo rifuggono, avendo il coraggio e la capacità di non subordinare la sostanza alla forma. Hemingway insegna, certo, ma finché gli italiani leggono Hemingway nelle traduzioni italiane attualmente in circolazione, cosa potrà mai insegnare?
Per quanto riguarda la musicalità dell'italiano piuttosto che dell'inglese (quale inglese, poi?), dipende dalla perizia di chi ne fa uso. In ogni caso l'inglese, di nuovo per tradizione storica risalente già al periodo germanico, ha fatto del suo punto forte il ritmo.
Di fatto uno dei testi italiani più musicali mai esistiti l'ha scritto un irlandese...

Beer ftw.