da DIRTY SNARE il mer set 15, 2010 2:29 pm
uppo per dire che ho modificato il titolo, per evitare di aprire nuovi topic per niente, in rete ho trovato questo racconto, se vi va, leggetelo, l'ho trovato molto bello:
Roberto Leopardi, La prima volta
Beloni, agricoltore, allevatore, infermiere e pilone sinistro, si spacciava per italiano con
tale disinvoltura da farlo credere anche a Pelizzara, nato sotto un pioppo padano, dissetato al
Brolo di Avesa e leghista da otto generazioni.
Ma in realtà Beloni era Magiaro e sognava vaste praterie.
Sognava di sfondare i fronti successivi della difesa avversaria, emergere in un prato
vuoto di lunghezza infinita e correre, correre vanamente inseguito fino alla meta, alla Piana
della Duna, all’ampia Pannonia.
Alto di suo e appesantito dalla passione per le uova e le patate, si trovava però
condannato alla più modesta missione di muovere dritto contro ammottamenti di prime linee,
sventrarli e, pochi metri più in là, crollare al suolo sepolto di corpi creando varchi a smilzi tre
quarti, anguillosi e pavidi, ma svelti.
Da lì un’invidia intensa per i magri e un subdolo
desiderio di arruolarne di nuovi e inesperti nella speranza, ho
sempre creduto, di vederne fratture o danni permanenti.
Il mercoledì e il venerdì sera Beloni, di ritorno dal turno
come infermiere al Pronto Soccorso, andava ad allenarsi con
una squadra di Old (che nel rugby sono le squadre di coloro
che, per età o per troppe botte prese, smettono l’agonismo ma non rinunciano a picchiarsi) e le
altre sere le trascorreva a descrivere entusiasta, con la sua voce suadente arrochita dal fumo e
dai vapori dell’alba nelle stalle, quale straordinaria esperienza fosse iniziare a giocare a rugby
a trentatré anni.
Tanto ne parlava, tanto insisteva, che gli riuscì di convincere mia figlia Betty, alla ricerca
di uno sport alternativo al tamburello, ad iscriversi come lui nella squadra amatoriale dei
Cangrandi Old Rugby; che, in quanto ad arruolamenti, non andava troppo per il sottile. I
Cangrandi arruolavano tutti: ex rugbisti e neofiti, grossi e nani, uomini e donne, giovani e
vecchi, italiani, oriundi e stranieri. Erano un club molto democratico.
Così mia figlia il mercoledì e il venerdì sera andava ad allenarsi e le altre sere le
trascorreva a descrivere entusiasta, con la sua voce da contralto arrochita dai corsi di canto,
quale straordinaria esperienza fosse iniziare a giocare a rugby a sedici anni.
Tanto ne parlava, che una calda sera di settembre, invidioso del Beloni e di mia figlia,
giunsi anch’io con scarpe da calcio e borsone al campo dei Cangrandi Old Rugby, a cercare di
capire quale straordinaria esperienza dovesse essere iniziare a giocare a rugby a
quarantacinque anni.
Gente, c’era gente. Macchine, donne, uomini. Qualche bambino.
La Betty, inchiodata a casa da una versione di greco, non c’era e io, non vedendo Beloni,
mi aggiravo facendo finta di essere a mio agio. Tutti mi salutavano come se mi conoscessero
e, siccome io non ricordo mai i nomi e le facce, pensavo che forse qualcuno mi conosceva sul
serio e mi chiedevo perché mai avrei dovuto a mio volta conoscerlo. Li salutavo come se
anch’io li conoscessi da molto, ma ero quasi sicuro che no, non li conoscevo.
E poi, era il campo giusto? In effetti c’era troppa gente per un allenamento.
Era l’ora giusta?
E Beloni, infido Ungaro, dov’era?
Uno mi venne vicino e, non limitandosi a salutarmi con sorrisi e ampi gesti come gli altri,
mi strinse la mano e mi disse: “Eh, ciao.”
“Ciao,” gli dissi “sono Roberto, l’amico di Beloni.”
“Ah, ciao ciao ciao. Cambiati. Sai giocare?”
In effetti, io a rugby non avevo mai giocato, ma mi ero studiato coscienziosamente le
regole federali.
Gli risposi: “Veramente non ho mai giocato, ma conosco le regole.”
“Bravo” proclamò. “Cambiati.”
Poi mi squadrò rapidamente e disse, facendo cenno a un altro: “Ala”. E quello sputò per
terra.
Ebbi un vago senso di disagio.
“Che numero?” chiesi.
“Ala” disse. “Cambiati.”
Ala.
Lo spogliatoio puzzava piacevolmente.
Lo spogliatoio era ingombro di carne umana che si muoveva sbandando, ribelle ai
legittimi proprietari. Al solito, tutti mi risalutarono con gesti e sorrisi. Io ricambiavo.
Adocchiai una panchetta e presi posto, così il vicino dovette rendersi conto che in effetti
non mi conosceva, e mi diede la mano e si presentò.
“Sono un amico di Beloni” gli dissi.
“Bravo” disse. Poi mi guardò.
“Dove giocavi?”
“No. Non ho mai giocato.”
“Ah. Sei veloce?”
“Beh, insomma,” gli dissi “sì, abbastanza.”
“Ah, bravo. Ala” disse. E sputò nel lavandino.
Ala.
Cominciai a pensare che nell’ala ci doveva essere qualcosa che non andava.
Ed ecco finalmente entrare il Beloni, in regolare ritardo di quindici minuti. Come se
niente fosse si mise a fare le presentazioni. Fra gli altri mi ripresentò a quello che avevo
salutato nel campo e che nel frattempo era entrato in spogliatoio. Seppi così che quello era Il
Gire, il coach.
Il Gire disse: “Ah, ma allora tu sei il papà della Betty.”
Ecco. Io ero l’unico caso di giocatore di rugby che fosse il padre di qualcuno invece che
il figlio. Improvvisamente divenni un caso da spogliatoio. Tutti volevano salutarmi e sapere
dov’era la Betty. No, quella sera la Betty non c’era, doveva studiare greco, gli dissi. Se si
accontentavano c’ero io, per il mio primo allenamento.
No, mi dissero. Non c’era allenamento. C’era partita con gli amici del Valeggio.
“Ah, va bene, allora vi guardo” dissi, un po’ rassicurato.
“No no, tu giochi” disse Il Gire guardandomi come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
“Ma io non ho mai giocato.”
“E’ lo stesso. Sai le regole?”
“Sì, le so.”
“Ah, meno male, perché noi no. Comunque si passa solo indietro. Con gli old non si
calcia. Quando l’arbitro fischia niente discussioni. Nessuno capisce mai perché ha fischiato,
ma non si parla. Di solito neanche l’arbitro sa perché fischia, ma è lo stesso. Poi si riparte.”
Vabbè, pensai. Speriamo che nessuno mi passi la palla.
“Ma dove gioco?” chiesi infine.
“Ala” disse Il Gire.
E si sputò sulle mani.
Quella partita andò benissimo.
Giocai cinque minuti all’ala (ovviamente) nel secondo tempo e nessuno mi passò la palla.
Mentre correvo su e giù nei pressi della linea laterale, mi resi conto che negli Old ci sono
tanti giocatori quanti tecnici. Tutte le riserve mi gridavano di mettermi in un certo posto e di
fare una certa cosa. Solo che ciascuno aveva idee discordanti su quale fosse il posto giusto e
quale fosse la cosa migliore da fare. Io ascoltavo alternativamente quello che urlava di più e
quello più grosso (non si sa mai). Poi uscii per lasciare il posto a un’altra spregevole ala e tutti
mi dissero “bravo” e mi strinsero la mano.
Poi la partita finì, si fecero i rituali saluti, si andò a bere e mangiare e io non capivo
niente di tutto quello che si diceva, di fasi e ruck, di mani nel raggruppamento e di zone
chiuse. Comunque tutti mi dicevano di salutare la Betty e mi chiedevano dov’era, e io dicevo
che la prossima volta sarebbe venuta anche lei.
La prossima volta era di mercoledì e ci sarebbe stato un allenamento e non una partita.
Che forse cominciavo a capire qualcosa.
Quel mercoledì portai in regalo al Gire una lavagnetta di metallo con le pedine
magnetiche che rappresentavano i giocatori, perché potesse spiegarmi visivamente cosa
succede su un campo (cosa che il Gire avrebbe fatto pazientemente in seguito). Ma soprattutto
portai la Betty che fra gli Old, con i quali già giocava da sei mesi, godeva di straordinario
successo.
All’epoca dei fatti la Betty aveva sedici anni ed era, come oggi, piuttosto solida, sia di
membra che di testa. La Betty è un normotipo, né obesa né sovrabbondante, ma sembra fatta
di ferro. Se le vai addosso ti fai male come contro un plinto e, alle elementari, difendeva sua
sorella dai maschi scaraventandoli a terra come fuscelli e si era creata fama di spietata
picchiatrice (al Nido, invece, la chiamavano Coccodrillo, per l’attitudine a mordere gli altri
bambini).
Tendenzialmente la Betty non aveva paura di nessuno e amava il fango e le sbucciature
(una volta che tornai da una partita con un taglio sotto l’occhio dovetti proibirle di
procurarsene uno artificiale a fini estetici).
Come rugbista aveva un difetto piuttosto comune: le mani di burro. La palla le sgusciava
fra le palme come un sapone o le saltellava sui polpastrelli simile a una pagnotta rovente di
forno. Se passavi la palla alla Betty, eri quasi sicuro che le cadeva e faceva avanti. Ma
siccome era la Betty, gli avanti a lei non li fischiavano mai. Un altro raccattava la palla e tutto
procedeva come niente.
Ai Cangrandi la Betty piaceva perché era il prototipo della figlia che avrebbero voluto
avere: maschia e scanzonata, a proprio agio in mezzo agli adulti, rapida alla battuta, spartana.
Aveva cominciato a giocare con i Cangrandi perché quell’anno non si erano avviate
squadre femminili, e anche per lei, come per me, il primo approccio con i Cangrandi era stato
bizzarro. Quando mi raccontò com’era andata, mi disse che le era sembrato di vivere
nell’Iliade: tutti le chiedevano di chi era figlia. E a lei veniva da rispondere con dei
patronimici, del tipo: “Sono la Robertide Betty”. Scoprì più tardi che si era diffusa la leggenda
che fosse figlia di qualche dirigente. Quando realizzarono che era invece figlia di uno che a
rugby non aveva mai giocato ne provarono una piccola delusione, un senso di
imbarbarimento.
La Betty era stata adottata come mascotte in campo, nel senso che nelle partite era
schierata come ala aggiuntiva (insomma giocavano in sedici). Quando la palla giungeva fino a
lei e, occasionalmente, non le cadeva, la Betty, che indossava i calzoncini rossi che
proibiscono all’avversario di placcare chi li porta, prendeva velocità lungo la linea laterale e
travolgeva gli incauti che, non potendo placcarla, le si paravano davanti come ostacoli fissi
credendo di spaventarla. La Betty tirava dritto, li centrava in pieno travolgendoli, cadeva e
perdeva la palla in avanti. L’arbitro guardava il nostro capitano, quello faceva segno che si
andasse avanti e l’arbitro, fra le proteste contenute degli avversari, faceva proseguire. La
Betty si rialzava come niente fosse e il suo avversario faceva lo stesso, ma un po’ scosso.
In allenamento ci facevano giocare uno contro l’altra, convinti che un padre non avrebbe
fatto del male alla diletta figlia ed ella avrebbe avuto rispetto. Invece ci menavamo senza
mezze misure. Poiché la legge mi proibisce di picchiarla in casa, regolavo sul campo le
necessarie punizioni educative. Lei, si vendicava in diretta. La pacificazione si faceva nel
Terzo Tempo.
Adesso la Betty è in Irlanda a studiare e gioca con le Dublin City University’s Devils.
I Cangrandi sono sicuri di avere creato una stella.
Questa cosa, di menarsi con la Betty in allenamento, venne solo dopo qualche tempo dai
miei inizi. Per un paio di mesi in allenamento ci limitammo a giocare a touch (che, per chi
non se ne intende, è una forma quasi non violenta di rugby per cui ti fermi non quando ti
uccidono, ma quando ti toccano).
Il touch rugby serve a comprendere i meccanismi del gioco e ad arrivare alle partite con
un numero sufficiente di giocatori integri. Il fatto è che giocare a touch sottrae al gioco
l’elemento più qualificante e tipico, cioè quello dello scontro fisico. E quello dello scontro
fisico era l’aspetto del rugby che mi inquietava e nello stesso tempo mi attraeva più di ogni
altra cosa.
Per una legge di compensazione, tanto il Beloni, ingombrante pilone, sognava di andare
in meta, quanto io, asciutta aletta, sognavo di placcare qualcuno. Ma ciò, in allenamento, non
sarebbe mai accaduto.
La tecnica del placcaggio si imparava abbracciando virilmente morbidi sacconi, oppure
afferrando alle gambe i compagni in fila indiana che ti venivano incontro lenti e rassegnati.
Cosa fosse provare a fermare un manzo lanciato ciondolante in corsa potevo solo provare a
immaginarlo.
Il destino si sarebbe dovuto compiere sul campo di battaglia, come qualunque autentico
battesimo del fuoco.
La prima volta, il primo placcaggio, si stagliava nella mia mente come un evento ben
preciso, nello stesso tempo fascinoso e spaventoso. Un rito di passaggio.
“Comprati un paradenti” mi disse Beloni quando venne definita la data della partita
contro una squadra vicentina. E io lo comprai. A dir la verità mi dava però così fastidio che a
forza di ritagliarne i bordi si ridusse a poca cosa, una specie di velo di chewingum
sicuramente inadatto ad assorbire pugni e gomitate (e infatti non lo uso più). Comunque lo
indossai quando, quel sabato pomeriggio, scesi in campo, pronto all’evenienza che dovesse
accadere ciò che contemporaneamente temevo e speravo.
Ancora una volta entrai nel secondo tempo dalla panchina a sostituire uno sfiatato,
percependo, in quel bel pomeriggio di improbabile sole autunnale, un senso di fatalità.
Gli avversari, più giovani di noi, viaggiavano a grandi falcate divorando la pianura. Noi
opponevamo massa e esperienza (cioè, a dire la verità, era quello che facevano i miei
compagni; che a me mancavano sia l’una che l’altra).
Dall’estremità a cui mi confinava il mio ruolo di pavida ala sentivo dalla mischia distante
giungere clangori feroci, come se invece che di cotone i contendenti fossero rivestiti di
bronzo. Grida da una parte e dall’altra si sovrapponevano, con la novità imprevedibile che
anche l’arbitro urlava comunicando al volo frammenti di norme di gioco, interpretazioni
innovative al regolamento, inviti alla pacatezza.
Come al solito, per fortuna, dalle mie parti la palla non arrivava. Cominciavo a sospettare
che nei Cangrandi le ali fossero mal sopportate perché inutili, ladre di gloria. Una sorta di
arcieri ellenici vili e subdoli.
Quando si attaccava, dunque, tutto procedeva serenamente e io correvo su e giù orientato
dalle grida contraddittorie dei panchinari..
In difesa le cose erano un po’ più complicate. Avevo imparato, e rispettavo
pedissequamente, la legge fondamentale del bravo difensore: tenere la linea. Dritto davanti al
mio avversario diretto (l’ala opposta) dovevo stare sulla stessa linea dei miei compagni e
attendere il momento in cui, avanzandomi contro palla in mano, quello avrebbe cercato di
superarmi per volare all’appuntamento con la gloria. In tal caso, l’ultimo uomo era il mio e io
dovevo buttarlo giù, o fuori dal campo.
E’ noto che le ali sono di corporatura modesta, ma il concetto di modesto, in questo
sport, è una pura questione di relatività. A occhio e croce quello che avevo davanti era un
giovane vitello di novanta chili (io ne peso meno di settanta), e doveva avere almeno
vent’anni meno di me. Per fortuna anche lui era un’ala, quindi palloni dalle sue parti ne
arrivavano pochi e, quando arrivavano, erano così fuori misura da impedirgli di afferrarli.
Fra imprecazioni sue e sospiri miei, la partita scivolava veloce verso la fine.
Quando la cosa avvenne, ebbi appena il tempo di rendermene conto. Il mio avversario,
torello inferocito frustrato da tanta attesa, aveva finalmente ghermito una palla e,
imbaldanzito, la teneva stretta col braccio sinistro. Mulinando il destro come avesse dovuto
abbattere un don Chisciotte, puntava dritto lungo la fascia laterale dove io facevo la guardia.
In un istante percepii la sproporzione dell’evento. Le opzioni erano due: spostarmi o non
spostarmi; placcare o non placcare.
Mi risolsi a cogliere il destino: come un guerriero Sioux di Toro Seduto, mi parve un
buon giorno per morire.
Piegai le gambe, mi abbassai quanto me lo consentiva l’età. Per fortuna quello veniva
dritto. Presi sommariamente la mira e mirai basso, probabilmente un po’ più basso di quello
che la buona tecnica insegna. Sicuramente chiusi anche gli occhi, perché non ho alcun ricordo
visivo dell’evento.
Sentii un urto pazzesco, poi che un peso immane mi trascinava a terra. Sentii
distintamente un rumore di ferraglia (cosa poteva essere?), uno smottamento sotto i piedi e,
riaperti gli occhi, vidi gambe frenetiche schivarmi di un niente e braccia grosse come cosce
smazzettare nel torbido in un’ecatombe di grida e acconciature alla ricerca del pallone. Poi il
furore della lotta scivolò via verso sinistra e, mentre ancora stavo a terra accanto al capo che
avevo abbattuto, vicino all’orecchio sentii chiara e barbarica una furente bestemmia.
“Meno male che il rugby è uno sport per gentiluomini” mi dissi mentre ci alzavamo, io e
l’ala avversaria, in preda a dispari emozioni.
Percepivo un senso infantile di gloria, una straripante soddisfazione: a quarantacinque
anni, sul campo, avevo abbattuto il mio primo giovane uomo.
Sotto la doccia ci andai sentendomi un po’ eroe, un po’ assassino.
Il fango che lavai via sapeva di trincea.