da Furlan il mer apr 18, 2012 9:03 pm
Come già dettoti,
è assolutamente IMPOSSIBILE sintetizzare l'archetipo del piatto jazz, si parli di anni '60 come del 2012.
TROPPI gusti, TROPPE variabili.
Possiamo piuttosto asserire che nei tempi d'oro del jazz sono andati distillati delle convenzioni, dei dettami che ancora oggi vengono usati, non tanto [non solo...] per filologia o per devoto rispetto verso le grandi personalità delle pelli del passato, ma per la loro pertinenza al genere.
Se proprio vogliamo identificare un "tipo" di jazz ride che è andato profilandosi ai tempi di Elvin Jones, possiamo far rientrare nel novero queste caratteristiche:
- "deve" essere LEGGERO e CRASHABILE [quindi tornito] - si ricordi che ai tempi non si girava certo con un parco piatti nutrito come quello "moderno"; i crash-rides o comunque rides leggeri erano [e sono] quindi da preferirsi, ché offrivano un ventaglio di suoni più ampi e una maggiore duttilità
- "deve" avere i RIVETTI - questo sostanzialmente per due motivi: innanzitutto, il "wash" del piatto se corroborato dai chiodi si apre molto di più e "buca" cornette e sassofoni; dall'altro lato, i chiodi tenderanno a smorzare il SUSTAIN del piatto STESSO [non il SUONO risultante, che in caso di crash è per forza di cose più prolungato] e quindi a controllarlo; infatti, se sollecitato con poca forza, tende a vibrare di meno e la coda dei rivetti rimane solo potenziale. [Si ricordi poi che in quei tempi si era soliti chiodare piatti di valore modesto per mascherarne la meschina qualità: lo sappiamo tutti che i 101 suonano meno degli Avedis!]
- "deve" essere SCURO - ecco, questo è il punto più suscettibile di variabili. La martellatura dei piatti "scuri" offre un range di dinamiche più ampio ed una versatilità discretamente maggiore, anche se - come si sa - gli Avedis, ben più brillanti, sono stati comunque uno dei perni della scena del jazz (e non solo) dei bei tempi andati.
Il diametro è assolutamente opinabile.
Gadd usa un 18" per la risposta, Roach usava un 22" per il volume.
Il piatto ideale - che rispondeva alla realtà, ovviamente - di Art Blakey, insomma, è un K Istambul discretamente sottile e con qualche rivetto - mai esagerare con i chiodi ché, come già detto, fiaccano la vibrazione del piatto STESSO e lo soffocano; e in senso lato possiamo vedere un ride jazz come dal suono opulento, caldo ma con una certa preponderanza sonora nei confronti degli altri membri della bands - funziona allo stesso modo ai giorni nostri.
Alphas e Tigers non andrebbero bene per la loro risibile sensibilità alla bacchetta, anche se qualche furbone, alla guisa degli anni '60-'70, potrebbe sparargli un pugno di chiodi e portarlo sul palco.
D'altro canto, non ho mai visto Joe Morello descrivere i suoi patterns su di un ride rivettato - e neanche tanto leggero -, come non ho mai visto Philly Joe Jones a braccetto con K chiodato - forse in qualche sparuta occasione...? la parola ai più esperti -.
Non ho mai visto Roy Haynes swingare su di un piatto diverso dal suo flat 18" - ora è solito alternare uno Zildjian ad un vecchio Formula 601 -, come non ho mai visto DeJohnette ai tempi di Standards I e II suonare su di un ride diverso dal suo pingosissimo e asciutto Sabian Encore.
Le variabili di gusto, di estetica, di sono con ogni verosomiglianza TROPPE perché si possa prendere a modello UN TIPO di ride votato all'ensemble jazz piuttosto che un altro.
Passo il testimone al nostro sidereus eccetera per le NECESSARIE correzioni, ché lui, oltre ad essere un luminare delle scienze siderali, è anche vecchio professionista smilzato del jazz.
Carl Sagan ha scritto:[...] noi siamo l'incarnazione locale di un Cosmo cresciuto fino all'autocoscienza.