Col tempo mi ero cullato sull'idea che la batteria jazz fosse più complessa e difficile rispetto a quella pop/rock, che guardavo, a volte, con un po' di sufficienza.
I primi dubbi ho cominciato ad averli diversi anni fa quando, ascoltando un concerto live di Claudio Baglioni, mi ero fermato più volte ad ascoltare il batterista che suonava benissimo (era Gavin Harrison) nonostante la banalità ritmica del brano.
Da un paio di anni, forse vittima di un giovanilismo tipico della mezza età, mi sono detto che ne avevo abbastanza di suonare standard del jazz e di agonizzare su eservizi di indipendenza (anzi, di interdipendenza) e ho deciso di mettermi a suonare qualcosa che andasse più diretta al cuore. Allora via tutti i metodi di jazz ed eccomi, alla mia bella età, a studiare sui metodi di Latham, Appice e Payne.
Beh, che mi crediate o meno, sono qui a cospargermi il capo di cenere e vi dico che, a parità di abilità tecnica, suonare rock/pop/funk è PIU' difficile che suonare jazz. Gli unisoni così frequenti nel rock/funk sono difficili da suonare bene, mentre nel jazz è facile mascherare flam non voluti e difetti di coordinazione, e quella sottile ambiguità nella definizione della skip note è un ottimo fumogeno. Lo swing swinga di suo dopo un po', ma un bel groove scandito in sedicesimi, anche se apparentemente semplice, è una bestia da fare bene.
E ora lasciatemi studiare, il groove check della mia elettronica continua a tenermi lontano dal livello A mentre studio Funk Drumming di Payne...









