da choffan il mer giu 07, 2006 1:54 pm
Scritto da uno che si spar? in fronte con un fucile caricato con pallini da fringuello, che mor? molto dopo, in uno strazio infinito
Lo strazio avr? presto fine
e vedo gi? gli attori sbiancati inchinarsi innanzi ad una platea assopita di gente disinteressata.
e vedo gi? il caposcena di ferro sedutomi innanzi alzarsi mestamente e proclamar la fine dello spettacolo.
E' arrugginito e pesante di tutte le amarezze che abbiamo ingoiato per tutto questo tempo.
Guardandolo forse lui di contro vede me ed intuisce ci? che penso, ma lo pagano per il lavoro che deve fare, e che quindi far?, attristito ed una volta di pi? scoraggiato.
Vivere non ha un senso, uccidersi s?
Capitomboliamo nella vita, ed inciampandoci ? pi? il tempo che passiamo a riassettarci le vesti spazzando via la polvere e chiederdoci il perch? del druzzolone che quello che spendiamo ad incamminarci ancora in qualche fine. E, badate, tutti noi siamo sempre tentati, nella nostra lenta e tardiva marcia, a fermarci, e a controllare se davvero ci siamo puliti e capire qual'? stato l'accidente che ci ha fatto cascare in quella polverosa viucola. Vivere ? respirare, ma questo non ? sensato, ? un ciclo che si ripete, congiungendo tra di loro iscindibilmente cause e conseguenze, fondendole in un anello che bene o male solitamente inizia a logorarsi dopo qualche manciata di lustri. Vivere ? pulsare, ma questo ? semplicemente il moto convettivo di qualcosa di una lunghezza irrazionale che si infila e si costringe per qualche istante nell'omogenea banalit? dell'anellino.
Respiriamo, espiriamo, respiriamo, ed espiriamo. E ci rendiamo veicolo di pulsioni ancestrali ed infinite, partoritesi nell'oscurit? pi? totale, vuota e libera, fattesi luce e barlume di un universo che via via ? andato raggrumandosi in materialit?. Pulsioni che si esplicano mediocremente passandoci attraverso, da parte a parte: dal retto, alle viscere, allo stomaco, e, tristemente, alle cervella. Se siamo bravi, se siamo abili, per la bocca. In questo caso tutti conoscono ci? che viviamo, e tutti si riconoscono in ci? che sentiamo. E tutti ci considerano profeti, saggi, fonti dalle quali sgorga un sapere che ? giusto ed ? bello apprendere.
Ma ? un sapere banale, ? erba del proprio giardino. Perch? chi esalta le persone che emettono i propri moti interiori al mondo intero, non si accorge razionalmente che sta applaudendo fervidamente qualcosa che ? gi? tutto presente nella propria interiorit?. Non c'? grandezza in chi esplica le proprie pulsioni. C'? mediocrit? e consapevolezza di mediocrit?. Fiducia che quelle pulsioni siano quanto d pi? elevato sia possibile esprimere, ed il resto semplici fantasmi della mente.
E l'Arte ? una bazzecola, amaramente... un mero sollievo che viviamo riconoscendo qualcosa che pulsa nelle nostre viscere in un oggetto concretizzato. Non temiamo le pulsioni pietrificate nell'oggetto d'arte. Ci permettiamo l'empiet? di misurarle, quantificarle, parcellizzarle attraverso considerazioni di gusto e di cultura. Balliamo credendoci vittoriosi intorno alla pietrificazione dei moti che squassano il nostro corpo.
Ma voglio continuare, fintantoch? lo spettacolo sar? agli sgoccioli, la mia allucinata argomentazione.
Vivere non ha senso, e ce lo dice verbosamente la grammatica. Quanti di noi hanno sentito il desiderio di cambiare la frase
"vivere ? bello" in "viversi ? bello"!
Crearsi da s?, forgiarsi in un compendio di idee, scopi, obbiettivi. Non semplicemente rialzarsi dalla polvere, non semplicemente ciondolare dicendosi "ma guarda te, chiss? come cavolo ho fatto a cadere... chiss? chi ? il mona che mi ha fatto inciampare", ma marciare decisi, aprendo nuovi solchi nella viuzza, farcendo i nostri decisi discorsi con tanti "allora" "e poi" "dunque" e verbi al futuro.
Amaramente, la grammatica guarda senza provare sdegno la frase "uccidersi ha senso". Perch? la morte ? forse l'unico (chiss? poi se lo ? davvero!) punto che ci ? dato tracciare di nostra volont?. Che ? possibile delimitare, che ? possibile ipotizzare e sistemare quando pi? ci aggrada. Magari, com'? adesso, in una bella giornata di Giugno, col vento appena nato che scorrazza per le strade turbando i pensieri di foglie cadute tanto prima, sotto l'infinita giurisdizione di Sole. Possiamo permetterci il lusso di opporre uno sdegnato no a tutto ci? che ci percuote e ci spintona, alzare la mano in segno signorile, ed andarcene, spezzare l'anello biologico che si era formato con noi stessi e lasciare libere e senza impedimenti quella moltitudine di fili colorati che ci scorrevano dentro procurandoci tanto male e sembrandoci tanto importanti.
Come spighe di grano legate da un fuscello poco sicuro di s?, che spezzandosi lascia spargere a terra le proprie bionde e fragranti interiorit?.
Moriamo e spargiamo le nostre passioni per l'infinit? del cosmo.
Ora, ecco, Io non voglio pensare al fucile che stringo tra le mani, che ho tentato di mascherare dietro il faccione rubizzo di un mio antico parente ormai defunto (che tra l'altro nutriva un certo fastidio per il teatro e la teatralit?). Io non devo immaginare il muro innanzi al quale ? posto il comodo divano sopra il quale siedo mollemente; o meglio, non devo immaginare come sar? dopo che avr? tirato il grilletto, con le membra cerebrali dilaniate e colanti come un tatuaggio fatto male. Non devo pensare al sangue che ora mi scorre in lungo e in largo rosso e scuro, perso all'interno delle mie profondit? -che se fermo un attimo il corso della penna, pur avendoci fatto l'abitudine, o per meglio dire, il callo, riesco quasi ad avvertire - sciogliersi in mille rivoli intricati che si spingono l'un l'altro a gara per i solchi del cartongesso.
E non devo immaginare la sedia vuota all'ora dei pasti, e non voglio, non voglio proprio immaginare la mia mamma e il mio pap? guardare la sedia credendo di inghiottire cibo ma trovandosi nello stomaco solo tanto amaro e lacrime.
Io non voglio assolutamente immaginare il teso silenzio che vivranno in quelle sere cariche di domande senza risposta.
Vedo la sedia e il loro viso chinato sul piatto, sento i rumori della ceramica e del vetro, che si urtano desolatamente. Sonogli unici rumori. E non il consueto sottofondo musicale che accompagna il pasto di qualsiasi famiglia spensierata. Si perdono ed affogano nell'abisso oscuro in cui ho gettato me, loro e l'intera mia famiglia. Neppure la bella lampada che il pap? si era vantato di aver montato qualche giorno fa, la cui luce ? certo apprezzabile, pu? sprigionare qualcosa di luminoso in quella sera, ora.
Non ora, che dico, per adesso non ? ancora cambiato nulla. E' tutto cos? come deve essere. Cos? come Vivere ha voluto che sia. Sar? come quando Io mi sar? finalmente imposto su di esso, e l'avr? determinato.
La mia testa fiorir? come una rosa nel momento del rigoglio
Ma ora basta indugiare.
basta indugi.