da choffan il mar mar 20, 2007 6:24 pm
questa ? la mia preferita di Baudelaire, tradotta da un grande di cui non ricordo il nome ma di cui venero la sensibilit?:
A un pallido chiarore di lampade languenti,
affondando la nuca nel muschiato origliere,
Ippolita riandava le carezze possenti
che acerba la iniziavano, e candida, al piacere.
E cercava con occhi ciechi di vento il cielo
della sua innocenza sempre meno vicino,
come si volge indietro il viaggiatore anelo
alle azzurre montagne valicate il mattino.
Tutto, lacrime pigre dei suoi occhi sbattuti,
oscura volutt?, aria estatica a sazia,
braccia vinte, deposte come armi disutili,
tutto serviva a crescerne la delicata grazia.
Calma e piena di gioia, accosciata ai suoi piedi,
Delfina la covava con pupille roventi,
come un fiero animale che la vicina preda
sorveglia, dopo averla gi? segnata coi denti.
Bellezza forte ai piedi della bellezza fragile,
superba assaporava con voluttuosa scienza
il vino del trionfo, e a lei tendeva l'agile
fianco, come aspettandone dolce riconoscenza.
Sperava nello sguardo della pallida vittima
il muto inno che s'alza nei tripudi del senso,
e quel ringraziamento che dagli occhi sconfitti
sgorga eterno e sublime, come un sospiro immenso.
"Che pensi dunque, Ippolita, dimmi, di queste cose?
Capisci ora, amor mio, che non ti giova offrire
il puro sacrificio delle tue prima rose
al turbine che subito le farebbe sfiorire?
I miei baci son simili ad effimere lievi
che carezzan a sera grandi diafani laghi...
Quelli dell'uomo, quasi vomeri o carri grevi,
ti scaveran nel corpo mille lacere piaghe.
Quasi di bovi o brenne lenti pesanti zoccoli
ti passeranno sopra senza posa o piet?:
Ippolita, sorella, volgi a me dunque gli occhi,
tu, mio cuore e mia anima, mio tutto e mia met?;
volgimi il viso e gli occhi, colmi d'astri celesti;
d'un tuo sguardo, ineffabile medicina, ho bisogno
per sollevare il velo dei gaudi pi? funesti,
e farti sprofondare in un eterno sogno!"
Ma Ippolita, levando la giovine cervice:
"N? astio n? rimorso m'? nel cuore rimasto,
Delfina mia, ma inquieta mi sento ed infelice,
come dopo un notturno e terribile pasto.
Sento immani paure piombarmi addosso, e cupi
battaglioni di larve alle spalle e di fronte
assalirmi, e sospingermi per valanghe e dirupi,
che d'ogni lato sbarra un sanguinoso orizzonte.
Abbiam dunque commesso atti bizzarri e infami?
Che ?, dimmi, il terrore che dentro mi trabocca?
Io tremo tutta quando "Angelo mio" mi chiami,
eppure le mie labbra cercano la tua bocca.
Non guardarmi cos?, mio pensiero adorato,
amore sempiterno, sorella d'elezione,
quand'anche tu non fossi che un tranello approntato,
e lo stesso principio della mia perdizione!"
Ma con voce imperiosa e fatale pupilla
Delfina, scapigliando la tragica criniera,
rispose, qual sul tripode scalpicciante Sibilla:
"Chi mai parla d'inferno quando l'amore impera?
Maledetto in eterno il sognatore insano
che ha voluto per primo, d'un question fittizia
e insolubile ossesso nell'animo suo vano,
alle storie d'amore mischiar la pudicizia.
Chi cerca di affiliare in un mistico accordo
la notte con il giorno, l'ombra con il calore,
mai si potr? scaldare il corpo inerte e sordo
a quel vermiglio sole che chiamano l'amore.
Va', scegliti se vuoi, un di quei fatui ganzi,
e il tuo vergine cuore offri al suo bacio immite,
poi, colma di rimorsi e d'orrore, dinanzi
mi tornerai col seno livido di ferite.
Niuno al mondo a due re pu? viver soggetto!"
Ma la fanciulla, in preda a un'infinita angoscia,
grid? repente: "Io sento un baratro nel petto,
ed ? il mio cuore, un baratro che si spalanca e croscia!
Profondo come il vuoto, arso come la lava!
Nulla potr? saziare questo mostro che langue,
n? spegnere la sete dell'Eumenide prava,
che, impugnando una torcia, lo abbrucia fino al sangue.
Le nostre tende chiuse ci rapiscano al mondo,
e stanche in un letargo alfine si soccomba!
Io distruggermi voglio sul tuo petto profondo,
e trovarci la pace ombrosa della tomba!"
- Oh scendete, scendete, esseri derelitti,
nella nuda voragine ch'? il vostro porto eterno!
Sparite nella tenebra ove tutti i delitti
che flagella e mulina la bufera d'inferno,
ribollono confusi, con rombo d'aquilone.
Pazze ombre, inseguite i vostri desideri;
mai potrete placare la vostra esaltazione,
e il castigo verr? dagli stessi piaceri.
Mai scese un fresco raggio fino alle vostre grotte;
miasmi febbricosi per le crepe dei muri
strisciano e come lumi avvampan nella notte,
nelle membra instillandovi sentori orridi e impuri.
L'aspra sterilit? del vostro godimento
v'acuisce le sete e v'asciuga la pelle,
e, come un vecchio labaro sotto i colpi del vento,
nello spasimo schiocca la carne e si convelle.
Dunque, raminghe, reprobe, fuor d'ogni umano seno,
correte come lupi per greppi e per vallate;
compite il vostro fato, anime senza freno;
fuggite l'infinito che dentro voi portate!