Davide
Compito di italiano: traccia 1
Davide Cerullo
Ormai è passato un anno e mezzo, forse due anni da quel giorno ,maledetto sia quel dannato medico che in tono asettico mi disse
“mi dispiace”, porgendomi col classico fare
Dei dottori la cartella che conteneva i risultati dell’interminabile ciclo di analisi a qui ero stato sottoposto per accontentare la mia famiglia. Aprii nervoso la busta, scartai con fare ansioso i fogli che contenevano termini medici che non riuscivo a comprendere, infondo, non ero mica un medico, e poi in fin dei conti, nulla erano se non inutili preamboli a una sola frase “cancro al cervello, stadio terminale”.
Prima di quel giorno avevo sempre avuto una vita normale, che mi ero conquistato col sangue e il sudore, avevo degli amici, una famiglia, una fidanzata, facevo sport e andavo all’università, o almeno, ci provavo, come tanti, ma quel giorno, venni a sapere che la mia vita sarebbe finita al massimo a ventitre anni, quando ne hai venti, di sicuro è un brutto colpo. Una delle cose che ricordo di quando questo letto non era la mia prigione era l’affetto della mia ragazza, quando scoprii di essere malato mi disse “ti amo, non ti lascerò, sta tranquillo”, eppure pochi mesi dopo mi disse “non posso più vederti in questo stato, mi spiace, ma ti amo troppo per vederti morire” e se ne andò, con quel fare disinvolto che aveva sempre, avvolta nel suo lungo cappotto nero che indossava sempre, con una lacrima sul viso probabilmente solo di convenienza, infondo si sa, le donne sono brave attrici…in ogni caso man mano che il cancro avanzava io mi riducevo a una specie di cadavere, sapete, una volta facevo il pugile, me la cavavo bene, avevo anche vinto qualche incontro, ero fiero di me stesso, il sangue che sputavo sul ring mi ricordava che la vita è dura, e fa male, fa male come ogni singolo pugno preso sulla faccia, come ogni volta che tornavo nell’angolo con gli zigomi spaccati, e la faccia piena di tagli dovuti alla pelle dei guantoni, affilata come un rasoio, ho perso ormai il conto delle volte che l’arbitro mi ha sollevato il braccio annunciando la mia vittoria, e ancora di più ho perso il conto di tutte le volte che sono caduto a terra svenuto sotto i colpi di un avversario grande il doppio di me, ma prima di contrarre la malattia non lo ammettevo, mi sentivo una specie di Rocky Joe in miniatura, e non volevo mai ammettere che il mio avversario fosse stato più bravo di me “solo fortuna” dicevo “se gli fosse entrato un destro dato bene, avrei vinto senza dubbio”, che vanesio che ero allora, quanto tempo mi fermavo di fronte allo specchio guardare i muscoli che avevo costruito con rigore e fatica, adesso per fortuna, nella mia stanza non ci sono specchi, non sopporterei di vedere il volto di qualcuno che non riconoscerei come me stesso.
Questa fredda stanza ormai è la mia casa, i tubi che mi aiutano a respirare, gli elettrodi che mi tengono sotto controllo, il rumore delle macchine e quel dannato suono che mi dice “sei ancora vivo, la tua tortura non è ancora finita” sono diventati ormai routine per me, non li avverto neanche più, ormai sono tutt’uno con il letto, le lenzuola, le macchine, il soffitto e le pareti, ormai sono parte della stanza, ormai sono la stanza.
Eppure anche se il mio corpo non sente quasi più nulla, stare qui è comunque una tortura, “l’annullamento di se stessi è forse peggiore della morte stessa”, una volta lessi questa frase in un libro che mi aveva regalato un amico, “stronzate” pensai all’epoca, non capivo nulla di filosofia, ero una persona un.
Po’ grezza, devo ammetterlo, ma era il mio modo
di fare, scommettevo tutti sui miei pugni nel
ring, e nella vita non credevo alle belle
parole, ma solo ai fatti, credo fosse normale, che diavolo, cosa se ne fa un pugile della filosofia? Ve lo dico io, nulla, e sapete perché? Perché le belle parole dei filosofi ormai sono vuote, semplici lettere scritte in sequenza su un foglio di carta, buona solo per essere arsa nel camino da gente come me, eppure adesso ricordo ogni singola parola, forse, avvicinandomi alla morte adesso capisco che le belle parole sono solo il riassunto di eventi già accaduti, scritti su quei fogli per noi che non possiamo far altro che riviverli attraverso la lettura.
Ormai manca poco alla fine della mia permanenza qui, tra poco non sarò più attaccato a quei tubi, tra poco il mostro che lentamente mi divora il cervello smetterà di urlare, tra poco quel suono acuto della macchina smetterà di prendermi in giro, e con un lungo tono mi dirà addio, ora che guardo in faccia a morte mi accorgo che il pugno destro di cui tanto andavo fiero, serve solo ad asciugare le lacrime che mi scendono sul volto. Ma a voi che rimanete chiedo di non disperare, qualunque cosa è migliore dell’essere una stanza.






