da Giovanni Gamberini il mar lug 01, 2008 5:50 pm
La faccio brevissima: la voce di GLADYS KNIGHT (e poche altre: la voce di Randy Crawford in passato, ed anche la "voce" della tromba di Miles Davis).
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Mi spiego (la faccio lunghissima): non mi commuovo per singole canzoni, per il loro testo, per i ricordi associati ad esse etc. Quelli a cui capita mi perdonino, so che è una mia "aridità". Invece mi commuovo se la bellezza "in sé" della voce, di un passaggio, di un "percorso", del colore etc. mi sorprende e mi "travolge". Di norma è una cosa momentanea, e funziona più o meno così: ad un certo punto credo di riuscire a "capire", a "seguire" il percorso vocale, quindi non faccio più resistenza, mi lascio "guidare" dall'esperienza estetica, e proprio a quel punto l'artista "parte per l'infinito" e mi lascia per terra (in tutti i sensi). Cioè quando sono entrato in sintonia, quando sono finalmente pronto a capire un centesimo della bellezza scatenabile dall'artista (e sarebbe già molto), questo/questa manifesta la propria "rivelazione" tutta in una volta, ed è una "botta" troppo forte da sopportare. Lì ci scappano le lacrime. In questi ultimi anni, la "potenza" in grado di scatenare questa reazione è stata (è) la voce di Gladys Knight (certo, lo stato d'animo - la condizione psico-fisica - aiuta, ma non è essenziale); in passato mi è successo con Miles Davis, e prima ancora con le cose più "dolci" di Randy Crawford.
Ho detto "artista" anziché "musicista" perché il discorso vale anche al di fuori della musica, per esempio per l'arte figurativa: ci sono immagini - quadri, ma anche statue ed architetture - che viste dal vivo non possono lasciare indifferenti. Poi in realtà vale anche di fronte a certi spettacoli naturali...
Per tornare all'inizio - "non mi commuovono le canzoni in sé, i testi" etc. - mi ricordo che da piccolo era la stessa cosa per i fumetti: molti miei amici si entusiasmavano per le storie, i personaggi, le trame, insomma il "contenuto"; io invece ero affascinato dai disegni, anzi (direi oggi) dal segno, dalla capacità di alcuni illustratori di creare profonde suggestioni, forti stati d'animo, con la semplice disposizione delle/nelle tavole, con l'alternanza di pieni e vuoti, rette e curve, colori e nero, luci ed ombre, masse e forze. In fondo questa è proprio la MUSICA dentro qualsiasi arte. Non deve "dire" necessariamente qualcosa, perché è sufficiente il COME parla (come "suona", che "voce" ha).
E' secondario (per me) se il soggetto di un quadro di Caravaggio sia un soggetto sacro o un ritratto, un paesaggio o una natura morta (certo, i soggetti "umani" sono più "forti", ma magari non è così per tutti). Importa la "voce" di Caravaggio, la "musica" interna al quadro. E non importa (per me) se un fumetto parla di cow-boy o di super-eroi. Datemi una tavola di Sergio Toppi, e io mi ci perdo dentro, non mi interessa a che punto siamo della storia, chi ha fatto cosa a chi e dove: magari c'è il ritratto di un indiano (d'America, o dell'India? non importa...) immerso nei suoi oggetti e nel suo paesaggio; per me la "storia" è tutta lì, nelle rughe profonde del suo volto, nelle mille pieghe del vestito, nella polvere per terra, nelle rocce infuocate sullo sfondo. Il tempo non esiste.
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