Tokageroh ha scritto:Prendo spunto da un interessantissimo post di giovanni gamberini per parlare un po di questo argomento.
...sarei curioso di capire qualcosa in più sull'accordatura che si usava anni addietro, quando era naturale tenere le pelli più alte.
...i suoni di riferimento sono quelli del video di jeff olchtree
http://www.youtube.com/watch?v=_mrNjz_U0ZM
Non ricordo quale fosse il mio "interessantissimo" post (grazie!); quindi non ricordo cosa avessi scritto in quell'occasione; quindi il rischio è che mi ripeta. Vabbè... parto dal video di Ocheltree, poi vada come vada. Ad un certo punto mi fermerò, tanto so che mi dilungherò in maniera immonda e andrò fuori tema.
Accordature alte di tamburi grossi è la vecchia filosofia delle big band, dice Ocheltree: giusto. In generale è la migliore filosofia se si vuole suonare efficacemente in posti grandi, magari addirittura all'aperto, oppure in grandi sale (da ballo, se si balla; da ascolto, se si ascolta; da mangio, se si mangia...), oltretutto in situazioni acustiche - non nel senso di unplugged, ma nel senso di prive di microfonazione ravvicinata. Dai tamburi si richiede la massima ricchezza di suono (molti armonici), gran volume (se necessario), proiezione, "definitezza" ("definizione"?) etc. Quindi fra le altre cose, il tamburo deve anche risuonare per un tempo sufficiente prima di "spegnersi". Come si ottiene tutto ciò? Con quello che è già stato detto in quasi tutti gli interventi fin qui: innanzitutto tamburi grandi (grandi camere di risonanza, grandi masse d'aria messe in vibrazione), perciò pelli grandi (più massa da muovere, maggiore energia richiesta ma anche maggiore energia resa), minima sordinatura possibile (possibilmente zero. Nella cassa si mette - se e quando si mette - non per attutire il volume ma per accorciare la risonanza, perché dalla cassa si vuole generalmente un suono breve, ma non è affatto un dogma), e - eccoci qua - accordature le più "risonanti" possibili. E' quello che avete definito lo "sweet spot", ovvero, a seconda dei gusti ma non troppo, il range di massima efficacia, nel compromesso fra volume, durata di risonanza, definizione... Volenti o nolenti, a questo scopo tocca "tirare" abbastanza (o parecchio) le pelli. Per molti di voi è importante anche il rimbalzo, e ha senso: se il rimbalzo è efficace, si ottiene il massimo risultato col minimo sforzo. Come si diceva, qui si tratta di situazioni non microfonate, e solitamente di lunga durata (dalle parate militari o pseudo-tali, ai veglioni danzanti... Insomma da Barry Lyndon a Fantozzi), e quindi la resistenza è importantissima. Se le bacchette "vanno e tornano da sole", tanto meglio. E si arriva al peso delle bacchette. Se bisogna che rimbalzino efficacemente su pelli tese, è meglio che siano "pese". Io mi accontento delle 2B (nel mio caso, Regal Tip: le uniche che ho trovato con una punta sufficientemente aguzza, "triangolare", utile quindi anche per il jazz, a differenza delle punte tozze ed oversized di tutte le altre marche). Le bacchette leggere risultano più faticose di quelle pesanti, perché non hanno abbastanza inerzia per "affondare" nelle pelli tese, quindi per rimbalzare in modo "morbido". L'idea è di avere bacchette pesanti per "non sentirle", e non è un paradosso. Immaginate di far rimbalzare ripetutamente una palla da basket: è molto pesante, "scarica" a terra una gran energia, ma in mano quasi non si sente (si prende e si lascia in modo morbido; è il suo peso a fare il lavoro; ...); invece una palla da volley, molto più leggera, richiede di essere colpita, schiaffeggiata, respinta con violenza (il che comporta urti contro le mani, grandi sbracciamenti...), perché "da sola" non ha altrettanta inerzia. Non è secondario il fatto che la palla da basket sia anche più "gonfia" di quella da volley. E' più TESA (appunto), quindi APPARENTEMENTE più "rigida", meno "elastica"... e invece rimbalza che è un piacere.
Ecco, mi sono dilungato in modo immondo, e sono andato fuori tema (...forse).